INQUADRAMENTO
L’esiguità dei dati, legata all’assenza di scavi sistematici, emerge dall’esame della bibliografia disponibile che, con differente grado d’approfondimento, descrive la realtà degli ipogei funerari ellenistici della Sanità.
Di seguito illustreremo gli ipogei ubicati in via Santa Maria Antesaecula 126, di cui una prima sommaria – in quanto appena scoperti – menzione compare in Napoli antica.
Dal 1992 l’Associazione Culturale Celanapoli, avente sede nel fabbricato del sito in esame, coordinando la sua azione con la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei, ne promuove il recupero, la valorizzazione e la fruizione.
La descrizione fornita è il risultato di un esame preliminare dei luoghi, nella consapevolezza che solo futuri approfondimenti potranno permettere un’analisi e un’interpretazione puntuale dei contesti.
Il sito, è noto al mondo scientifico dal 1981 quando verifiche statiche, disposte a seguito dell’evento sismico del 23 novembre 1980, determinarono che le fondazioni del fabbricato insistevano su strutture intagliate nel banco tufaceo riconducibili a ipogei funerari.
In verità, almeno gli ipogei posti in direzione est (lato sx del fabbricato) sono stati frequentati senza soluzione di continuità sino ad oggi. Ne costituiscono prova la menzione in atti di compravendita risalenti alla metà del XIX secolo e, come vedremo meglio più avanti, i rimaneggiamenti che li hanno interessati.
Il complesso composto da quattro ipogei, orientati in senso N/S, con la fronte a mezzogiorno, prospetta lungo un’asse che, con andamento leggermente curvilineo, verosimilmente prosegue lambendo anche il complesso contiguo di Vico Traetta.
IPOGEO DEI TOGATI
Il monumento ubicato all’estremità ovest (lato dx del fabbricato) è denominato dei Togati, in quanto presenta un altorilievo raffigurante due figure panneggiate.
Il pavimento di un cantinato, sottoposto alla strada (quota m.-5,15), lo copre parzialmente. Una massiccia scala in pietra, coeva al fabbricato, collega il cantinato ad un locale posto a livello strada (quota m.0,00). Una tubazione in terracotta, addossata ad una parete perimetrale del seminterrato, testimonia il convogliamento delle acque meteoriche in una cisterna sottostante.
Un secondo accesso costituito da una scala attualmente tronca – realizzata durante l’ultimo conflitto bellico attraversando una canna di pozzo in disuso – collegava il cantinato al cortile interno del fabbricato, permettendo di utilizzare gli ambienti come ricovero antiaereo privato.
Nello stesso piano pavimentale si aprono due botole predisposte per consentire l’ispezione periodica della cisterna. Una prima botola posta di fronte alla scala principale è praticamente inaccessibile in quanto ingombra di materiali di risulta fin quasi all’imboccatura. Una seconda botola posta sulla verticale dell’androne, si apre in una volta impostata direttamente sul banco tufaceo e permette di raggiungere la sommità del cuneo detritico che oblitera, quasi completamente, la camera funeraria, sfondata, dell’ipogeo contiguo (il secondo) riconoscibile da un frustulo di cornice d’imposta della volta. Sempre nel piano di calpestio del cantinato, attraverso uno scasso aperto in concomitanza di lavori di consolidamento del palazzo eseguiti in epoca imprecisata, si legge un taglio longitudinale nella volta a sesto ribassato (intradosso quota m.-5,80) del vestibolo, che lo percorre quasi per l’intera lunghezza.
Il vestibolo, a pianta rettangolare (m.3,70 E/W x m.3,85 S/N) mostra una cornice a rilievo, corrente sui tre lati visibili e su cui s’imposta la volta. L’ambiente invaso da un notevole cono detritico, frammisto a materiale archeologico, presenta sulla parete Nord, sovrastante l’accesso alla camera funeraria, un altorilievo scolpito nel banco tufaceo raffigurante una scena di fides (commiato funebre). Si riconoscono, impostati su una trabeazione, una figura femminile con chitone e himation, una maschile che indossa una toga e calza calcei e, seppur erasa, ben leggibile accovacciata una figura felina. Purtroppo, la parte superiore dell’altorilievo è obliterata da un arco avente funzione di sottofondazione per l’edificio. La parete est in parte distrutta conserva un lacerto di decorazione in stucco con tracce di colore. Anche la parete sud è parzialmente distrutta, ma si riconosce lo spigolo destro dell’ingresso, peraltro occupato dal volume di una vasca moderna che si apre nel pavimento del cantinato soprastante. Due nicchiette di dimensione diversa, realizzate successivamente sono collocate nella parete ovest. Traccia del piano pavimentale in cocciopesto (quota m.-8,30), è riconoscibile nell’angolo N/W all’intersezione con l’altorilievo.
La camera funeraria a pianta rettangolare (m.4,60 E/W x m.5,40 S/N) è coperta da volta a sesto ribassato (intradosso quota m.-8,00) che si stacca da una cornice a rilievo che corre su tutti i lati. Interrata per un’altezza superiore alla metà, presenta tutti gli angoli, tranne quello S/E, sfondati dall’azione di tombaroli in cerca di suppellettili in tombe contigue. La camera funeraria, posta trasversalmente a via Santa Maria Antesaecula, è interessata in volta da un articolato quadro fessurativo che interessa in misura inferiore anche le pareti. Tale quadro, come testimonia la documentazione fotografica redatta dal Centro Speleologico Meridionale circa venticinque anni fa, non ha avuto, al momento, alcuna apprezzabile evoluzione, ma necessiterebbe di opportuno monitoraggio al fine di garantire la pubblica incolumità.
IPOGEO DEI MELOGRANI
Sul lato sinistro del cortile del fabbricato, attraverso una scala articolata in tre rampanti, si raggiunge il vestibolo (m.3,70 E/W x m.4,30 N/S) da uno sfondamento operato nell’angolo N/W. Per l’intero perimetro corrono due cornici una a circa metà altezza, l’altra all’imposta della volta a sesto ribassato (intradosso quota m.-2,90). La parete Nord mostra nella parte alta alcuni incassi che attestano la sistemazione di rilievi in terracotta e, in prossimità del pavimento, tracce di una copertura a doppio spiovente. A sud si apre, su una cisterna contigua, l’antico accesso rifinito sul fronte esterno da una modanatura. Due nicchiette quadrangolari sono intagliate nella parete ovest dove è presente, similmente alla parete est, un bancone in muratura realizzato in epoca recente e funzionale all’utilizzo dell’ambiente come cantina. Il piano pavimentale dalla camera risulta abbassato di circa venti centimetri. Un arco moderno è costruito trasversalmente all’ambiente per contrastare le profonde fratture che lo attraversano. La scala di collegamento alla camera funeraria è stata distrutta probabilmente durante il secondo conflitto mondiale, quando il sito fu inserito dalla Direzione Generale della Protezione Civile e dei Servizi Antincendio del Ministero degli Interni nell’elenco delle opere permanenti di difesa antiaerea (ricoveri). La una nuova scala, magnifica nel suo apparato tecnico-costruttivo, dopo sei rampe raggiunge un locale destinato a chianca (ambiente naturalmente refrigerato destinato alla conservazione degli alimenti specialmente carni e insaccati)verosimilmente in fase con il palazzo e il cui accesso originario era assicurato da un camminamento adiacente, ora interrato.
La prima rampa di questa scala raggiunge l’esterno, parzialmente tompagnato, dell’accesso alla camera funeraria (m.3,70 E/W x m.9,10 S/N) (foto 9).
L’ambiente è caratterizzato dall’affresco, su decorazione a stucco, della cornice perimetrale, dove s’imposta la volta a sesto ribassato (intradosso quota m.-7,50). Su di essa è rappresentata, ripetuta, una teoria di frutta – loto, pigna, melagrana, – intercalata da un uovo. Sulla parete nord un elegante tripode in bronzo che sorregge una lucerna bilicne.
Al limite nord della parete est si diparte una scala ad andamento curvilineo con lieve pendenza e scivoli laterali che conduce ad un terraneo a livello strada.
Nell’area mediana della parete est, attraverso un’ulteriore scasso, interessato recentemente da un distacco di roccia, è visibile un’altra camera funeraria (quarto ipogeo) approfondita per l’intera superficie da una pronunciata escavazione cui ha fatto seguito l’impermeabilizzazione funzionale all’uso del volume quale cisterna.
Leggibili sono la volta, la cornice perimetrale e la traccia dei sarcofagi lungo le pareti. Ritornando all’ipogeo dei Melograni un particolare di grande interesse è riportato sulla faccia sud dove, lo spigolo vivo dell’accesso conserva incisi segni riconducibili al suo tracciamento. Di particolare interesse appaiono tre filari di blocchi incassati nella parete ovest, di altezza diversa, sovrapposti e posati a secco su piano di posa inclinato.
Non convincono le ipotesi che interpretano questa evidenza come soluzione alla discontinuità del banco tufaceo – peraltro perfettamente distinguibile in un punto dove un blocco appare rimosso – o quale correzione di un improbabile errore in corso di escavazione. Solo mirate successive indagini potranno fornire risposte più circostanziate. Il piano pavimentale della camera, ricoperto da circa una quarantina di centimetri di materiale detritico, lascia intravedere tracce dei sarcofagi che si presentano in gran parte distrutti. Di essi è possibile ricostruire la disposizione, lungo le pareti, in numero totale di dieci: quattro adiacenti i lati maggiori, due posti sulla parete opposta all’ingresso. Nell’angolo N/W una canna di pozzo, in parte collassata, intasata da materiale di risulta, attraversa l’ambiente per attingere acqua in una cisterna sottostante attualmente inaccessibile. Due pilastri collaborano alla staticità della volta fessurata.
L’intervento di rifunzionalizzazione, valorizzazione e la conseguente fruizione del sito esaminato oltre a costituire un doveroso quanto indifferibile recupero di una testimonianza assolutamente peculiare per la storia della nostra città, significherà l’istituzione di un laboratorio sottosuolo dove l’antico, senza soluzione di continuità, si collega al presente attraverso segni che consentono di conservare e trasmettere la memoria.
|