Gli ipogei funerari
ellenistici costituiscono uno straordinario documento dell'impronta
greca nonche' una superba, quanto monumentale, testimonianza
dell'utilizzo del sottosuolo. Realizzati tra la fine del IV e gli inizi
del III sec. a.C. essi rappresentano la cultura nella quale si
riconosceva la classe dominante.
Ubicati prevalentemente
lungo gli assi extraurbani che dalla porta Nord della cinta muraria di
Neapolis s’inerpicavano verso la collina di Capodimonte, frequentati
sino ad età imperiale, essi erano scavati integralmente nel banco
tufaceo inciso dagli alvei prodotti dall’erosione delle acque di
dilavamento. Le fronti degli ipogei, spesso architetture di notevole
qualità artistica, modellavano senza soluzione di continuità, lo
sviluppo delle pareti rocciose. L’area, similmente ad oggi, interessata
da un progressivo interramento conseguenza di robuste alluvioni vide,
con l’obliterazione fisica degli ipogei, la scomparsa dei monumenti
dalla memoria.

Il XV secolo segna l’inizio dell’urbanizzazione dell’area del borgo dei Vergini quando il comprensorio mostrava le caratteristiche di un’area rurale.
La necessità di
costruire nuove fabbriche diede quindi avvio all’apertura, da parte dei
cavamonti di pozzi per l’estrazione della pietra di tufo. Spesso
l’escavazione intersecava gli ipogei funerari, che procedeva avendo,
quale area di fronte cava, l’intera superficie pavimentale della
ambiente sfondato. L’approfondimento, rispettando il perimetro
dell’antica camera, si spingeva di diversi metri, stravolgendone
completamente i rapporti metrici. La cava così realizzata, risultava di
grande valore aggiunto per il fabbricato soprastante in quanto, una
volta provveduto a impermeabilizzarne le pareti con malta idraulica,
diventava una capace cisterna ad uso condominiale nella quale far
confluire le acque meteoriche raccolte dalla superficie delle terrazze
di copertura. Si creava in tal modo una preziosa riserva liquida cui
attingere per le quotidiane necessità domestiche attraverso la canna di
pozzo predisposta a servizio delle cucine poste sulla verticale.
La peculiare
destinazione d’uso, come spesso accade, preservò conservandole, anche se
mutile, le importanti vestigia greche fino a quando, la devastante
epidemia di colera del 1884 – imputata alla contaminazione dell’acqua
potabile da parte degli scarichi fecali – ne decretò, con l’adozione
dell’acquedotto in pressione, un inevitabile quanto rovinoso abbandono.
L’ultima fase, per
queste vestigia tanto rilevanti per la storia della città e del
sottosuolo, vede la scellerata pratica di sversare in queste immense
cavità migliaia di metri cubi di materiali di risulta, residuo di
ristrutturazioni edili, destinandole così, di fatto, a discarica.
Dal 1992 l’Associazione
Culturale Celanapoli, coordinando la sua azione agli indirizzi di tutela
della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e
Pompei, promuove il recupero, la valorizzazione e la fruizione di questo
straordinario patrimonio.
Un progetto in corso di
definizione prevede, attraverso i locali sede dell’Associazione,
l’accesso all’ipogeo dei Togati unitamente all’allestimento di un
interessante laboratorio didattico dove opportuni supporti permetteranno
di comprendere l’evoluzione del sottosuolo, dall’antichità ai giorni
nostri. |